A lezione di dibattito

A lezione di dibattito

Logica e competenze linguistiche. Comprensione del testo e pensiero critico. Se la discussione pubblica in Italia è deficitaria, il filosofo Marco Santambrogio accusa la scuola — da ITALIC #9

19 dicembre 2012

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L’intervista di Matteo Acmè al filosofo Marco Santambrogio fa parte dello speciale sulla scuola di ITALIC #9.

 

 

Difficoltà a ragionare sui dati, incapacità di argomentazione, dibattiti simili a comizi: secondo Marco Santambrogio, professore di Filosofia del linguaggio all’Università di Parma e autore del Manuale di scrittura (non creativa), in Italia mancano l’educazione e le competenze logiche e linguistiche necessarie a discutere pubblicamente di questioni importanti.

 

“Sicuramente c’è un problema di capacità di ragionamento in Italia, al di là delle statistiche per cui quasi tre quarti degli italiani non padroneggiano nemmeno le strutture di base della lingua italiana. Così, in televisione ad esempio, sentiamo dei discorsi terrificanti, senza nessuna logica. A cui ormai ci siamo abituati”.

All’epoca in cui Berlusconi era accusato di organizzare festini erotici — racconta Santambrogio — circolava un video con alcune donne in una delle sue residenze. Siccome il video non mostrava immagini oscene, sosteneva in una trasmissione uno dei commentatori impegnati nel dibattito, l’accusa doveva essere infondata.

“È improbabile che il politico in questione pensasse davvero che il ragionamento avesse un senso logico, ma riteneva che potesse comunque fare presa sugli ascoltatori, convincerli della sua posizione. Questo è un sintomo delle nostre difficoltà politiche, ma soprattutto della nostra difficoltà a distinguere i ragionamenti buoni dai cattivi”.

 

 

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Quali sono le cause?

Prima di tutto la totale mancanza di educazione alla discussione: né in televisione né fuori viene rispettata alcuna regola del dibattito, come lasciar parlare l’avversario o aspettare che termini il ragionamento dell’altro prima di intervenire. E questo impoverisce il confronto a cui siamo esposti tutti i giorni. Così ci disabituiamo ai discorsi di buon livello.

Fa impressione seguire i dibattiti televisivi in Francia o Gran Bretagna: lì si trovano ancora ragionamenti seri, di sostanza, attraverso un dialogo che va al di là della ripetizione di slogan e degli attacchi personali.

 

Qual è il ruolo della scuola in questa situazione?

La scuola dovrebbe insegnare a discutere civilmente, dovrebbe insegnare le regole di un dibattito educato e razionale, e a evitare gli errori retorici e gli argomenti fallaci. In qualche istituto questo avviene, ma sono gocce nel mare: spesso la scuola si aggiunge alle cause del problema e a una storia di analfabetismo che ha percorso tutto il Novecento italiano.

Negli Stati Uniti gli studenti si esercitano nella discussione attraverso regole ben precise di alternanza del diritto di parola, la pazienza nell’aspettare che l’avversario termini il discorso, il rispetto della posizione altrui ma anche nella corretta argomentazione di una tesi. Da noi nemmeno ci ricordiamo dell’esistenza di queste norme.

 

 

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La scuola può diventare la soluzione del problema?

Sì, e senza grandi riforme del sistema. Basterebbe che i docenti di italiano e filosofia insegnassero a leggere bene un testo, a individuare e capire i passaggi logici che stanno dietro alle parole e quindi la complessità di uno scritto.

Negli Stati Uniti e in Francia si insegna il critical thinking, ovvero a pensare criticamente: è un allenamento a distinguere i buoni ragionamenti da quelli che non lo sono, la base per qualsiasi competenza dialettica. Si dovrebbero insegnare queste regole già alle medie inferiori.

E poi si potrebbe istituire un liceo di alto livello che perfezioni la capacità di ragionare, studiando su testi complessi e profondi. Un liceo da cui dovrebbe uscire la classe dirigente del paese: scienziati, ricercatori, professionisti e intellettuali. Ma è chiaro che si può fare ben poco se il 71% della popolazione fa fatica addirittura a utilizzare le strutture linguistiche dell’italiano.

 

Matteo Acmè

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