Quattro idee per le scuole di design

Quattro idee per le scuole di design

Il ruolo della formazione e i nuovi orizzonti della disciplina. Una giornata nel campus di NABA e DomusAcademy per capire come insegneremo la creatività in futuro

31 maggio 2013

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L’industria creativa è per definizione in movimento, e chiede competenze nuove. In un settore dove crescono gli autodidatti e l’autoproduzione, le scuole creative — e le scuole in genere — devono chiedersi quale sarà il compito della formazione nei prossimi anni.

Quali percorsi d’insegnamento e rapporti col mercato? Servirà ancora avere maestri?

 

L’accademia d’arte NABA e DomusAcademy, scuola di moda e design, hanno organizzato nel loro campus a Milano una giornata di incontri sul futuro delle scuole creative, promossa dal marchio di design svizzero Punkt.

 

All’evento, chiamato Wunderkammer of Ideas ispirandosi alle stanza di meraviglie dei collezionisti, hanno partecipato esperti di design, architettura e innovazione, interrogati da altrettanti studenti in dialoghi di mezz’ora.

Due sgabelli al centro di un’aula, luci basse e rapidi scambi di battute: in questo caso gli “oggetti sorprendenti” dovevano essere le idee — da un lato l’innovazione e un mercato che cambia, dall’altro i metodi di insegnamento (da rivedere) e i confini (da abbattere) fra le discipline.

 

A margine degli incontri ITALIC ha chiesto ad alcuni ospiti la loro idea per il futuro delle scuole di design, e in generale della formazione creativa che vorrebbero vedere nei prossimi anni.

 

Guardare verso settori nuovi
Quando il mercato cambia, anche l’offerta formativa deve cambiare. Tanto più in Italia, dove la cultura del design è tradizionalmente legata a settori oggi in contrazione.
L’avvertimento arriva da Dan Hill, autore del blog d’architettura The City of Sound e attuale direttore di Fabrica, del centro di ricerche sulla comunicazione. “Il design italiano ha bisogno di guardare velocemente a altre aree, perché un mercato come il mobile si sta riducendo”, dice Hill. Per l’insegnamento, la parola chiave è transdisciplinarity, l’integrazione fra campi, così da puntare verso nuove direzioni. “Mi riferisco all’interaction design, al design dei servizi: tutto può essere oggetto di design, perfino i processi amministrativi”.

 

Designer e insieme ingegneri
A una maggiore apertura crede anche Amnon Dekel, programmatore e computer artist, che dirige a Tel Aviv un centro universitario di Software Engineering. “Lavoriamo a un nuovo tipo di figura professionale – spiega l’informatico – che integri del tutto design e ingegneria”.
L’unione con il sapere tecnologico è resa necessaria dalle aspettative sempre maggiori del mercato: solo insieme, designer e ingegneri possono creare quell’aspetto “magico” che il pubblico oggi chiede ai prodotti, e per questo servono appunto figure diverse.
“Per educarle occorrono nuove scuole – dice ancora Dekel – dobbiamo rompere le barriere esistenti e costruire corsi che tengono insieme creatività, estetica, storia, filosofia, programmazione, ingegneria: oggi bisogna conoscere tutto questo”.

 

La scienza come orizzonte creativo
Anche nella creatività, ignorare il progresso scientifico è precludersi un orizzonte di innovazione. Eppure quanti in una scuola oggi hanno idee definite parlando di fisica quantistica o di relatività?
Primo ospite di Wunderkammer of Ideas è stato il fisico Giovanni Amelino-Camelia, fra i grandi teorici della gravità quantistica, qui impegnato contro il divario fra scienza e insegnamento. Per lui l’obiettivo è “rendere partecipi i giovani delle conquiste consolidate della scienza, oggi diffuse nella nostra vita quotidiana”.
Il fatto che un artista non abbia una solida cultura scientifica non può che equivalere a un impoverimento di prospettiva. Mentre la scienza si tratterebbe invece di una grande opportunità creativa. Anche per questo, spiega Amelino-Camelia, “Oggi la sfida principale della formazione è produrre innovatori ai quali si prospettano orizzonti non meno ampi rispetto ai predecessori, nonostante il sapere umano sia cresciuto. È una missione di docente”.

 

Formare personalità
Sul ruolo della tecnica non tutti concordano. Kuno Prey, product designer altoatesino, nel 2002 ha fondato la facoltà di Design e Arti all’università di Bolzano, di cui parla come “una palestra libera”, dove gli studenti possono esercitare diverse competenze. “Il nostro obiettivo è non creare specialisti, ma creare specialisti a non esserlo — spiega Prey — È importante formare delle personalità forti: se non ha una personalità, il progettista si limita a essere un tecnico”.

Proprio l’aspetto umano è il compito della formazione che la tecnologia potrà difficilmente sostituire. “I docenti devono essere consapevoli della loro responsabilità verso i giovani: saranno loro a progettare i sistemi, i servizi e gli oggetti del nostro futuro”, dice ancora Kuno Prey. “Vorrei che la mia sedia a rotelle o il mio letto di degenza abbiano una dignità. E perché questo avvenga il progetto del sistema deve mostrare qualità e rispetto”.

 

Da qui, dalla capacità del pensiero prima che dall’uso degli strumenti, le scuole creative possono ancora essere centrali.

 

Edoardo Bergamin

 

© Riproduzione riservata

 

In alto: un’immagine dal campus NABA-DomusAcademy a Milano.

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