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Economia

Confronto con l'Europa. Quello che il debito pubblico si porta via. Pagare 2000 euro in meno di tasse. Avere 3000 km in piu' di ferrovie. Ecco come potrebbe cambiare la tua vita

Se c'è una parola che appare molto spesso nel dibattito sulle strategie di uscita dalla crisi dei paesi industrializzati è sicuramente "debito". Il debito pubblico è uno dei fattori chiave dell'emergenza che ha colpito la Grecia e l'Irlanda nei mesi scorsi, mandando in tilt i mercati europei.

E anche per l'economia italiana rappresenta un grave pericolo. Il nostro debito pubblico è tra i più alti al mondo, arrivando alla mastodontica cifra di 1870 miliardi di euro, pari a oltre 30mila euro per ciascun cittadino. In rapporto al pil, siamo oltre il 120%: significa che il Paese ha uno stock di debito molto superiore al suo "giro d'affari" complessivo, situazione che per un'azienda verrebbe considerata molto critica.

In Europa, solo la Grecia ha un debito pubblico superiore al pil. Fra i Paesi con un'economia paragonabile alla nostra per dimensione, il Regno Unito è al 68%, la Spagna al 53%, la Francia al 77%, la Germania al 73%. Il debito privato delle famiglie italiane, invece, è più contenuto: pari al 59,9% del loro reddito disponibile, ben sotto la media europea (91%) e meno della metà degli inglesi (145%).

Resta il fatto che un debito pubblico troppo elevato è un pantano che causa rallentamento economico. E la mancata crescita del pil genera, a sua volta, l'aumento del debito. Ogni anno le sabbie mobili della spesa per interessi "inghiottono" circa 4 punti percentuali di pil: 60 miliardi di euro perduti sottoterra solo per pagare gli investitori. Come dire una tassa da 1500 euro l'anno per ognuno dei 41 milioni di contribuenti italiani.

Considerando che l'anno scorso ben uno su quattro (10,7 milioni) non ha pagato imposte perché ha denunciato un reddito troppo basso, il salasso grava in realtà solo su 30 milioni di contribuenti e diventa di 2000 euro l'anno in media. Andando avanti con questo ragionamento, si scopre che il 52% di tutta l'Irpef è pagata dal 13% dei contribuenti, non certo dei ricconi, ma gli unici costretti a denunciare al fisco redditi superiori ai 35mila euro, perché frutto di un'attività dipendente. È su di loro, neanche 5 milioni di cittadini, che grava la metà del servizio del debito: 6mila euro ciascuno, in media.

Ma torniamo ai 60 miliardi bruciati ogni anno a causa del debito, soldi che potrebbero essere utilizzati per investimenti importanti, ad esempio nelle infrastrutture: considerando che in Italia la realizzazione di un chilometro di alta velocità ferroviaria costa 20 milioni di euro (rispetto ai 10,2 della Francia e ai 9,8 della Spagna), con 60 miliardi potremmo finanziare in un solo anno ben 3000 chilometri di alta velocità.

In un Paese dove andare in treno da Milano a Trieste o da Milano a Genova è un'odissea e dove l'allacciamento alla rete di alta velocità europea non decolla, l'incidenza di un'infrastruttura di questo genere sulla qualità della vita di tutti sarebbe macroscopica.

Secondo i dati dell'Unione Europea, alla fine del 2007 l'Italia aveva 562 chilometri di linee rapide: meno di un terzo rispetto alla Francia (1.893 chilometri) e neanche la metà di Germania (1.300 chilometri) e Spagna (1.552). Per non parlare della ferrovia convenzionale: 285 chilometri per milione di abitanti, contro i più di 400 di Francia e Germania.

Quegli stessi soldi potrebbero essere utilizzati anche per tagliare le tasse, liberando risorse per la crescita e il benessere collettivo. Un debito elevato causa imposte da record europeo, che riducono i consumi, zavorrano l'economia e le imprese, favoriscono l'evasione.

Il Fondo Monetario Internazionale stima che ogni aumento del debito pubblico di 10 punti rispetto al pil freni la crescita economica dello 0,2%. L'Italia, infatti, resta malata di bassa crescita: quest'anno il pil aumenterà dell'1%, contro l'1,5-1,7% medio europeo. A sua volta la palude congiunturale riduce le entrate fiscali, scese dal 47,2% del pil nel 2009 al 46,9% nel 2010, aumentando il debito e mettendo in moto un circolo vizioso da cui è sempre più difficile uscire.

Contrariamente agli altri grandi paesi dell'eurozona, per l'Italia il debito pubblico elevato è ormai un problema strutturale, non congiunturale. È nato negli anni Ottanta, con una progressione costante dal 60% (1980) al 121% (1994) del pil. Non basta aspettare che passi la crisi per risolverlo. Anche perché nel pacchetto di riforme della governance economica dell'Unione Europea spicca l'idea di chiedere ai paesi ad alto debito una riduzione vincolante del rapporto debito pubblico-pil.

Non è un'idea nuova: già nel lontano 1995 era stata avanzata l'idea di rendere vincolante la soglia del 60% come condizione per poter entrare nell'euro. Poi quest'aspetto venne trascurato a favore del rapporto deficit-pil, l'Italia riuscì a entrare comunque e l'applicazione "intelligente" del Patto di stabilità permise al Paese di continuare con il suo maxi-debito. Ma prima o poi i nodi verranno al pettine.

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Per approfondire

Mappa debito pubblico nel mondo
Classifica nazioni per debito pubblico
Contatore debito pubblico italiano

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Elena Comelli (questo articolo è un'anteprima dal numero 1 di ITALIC, in edicola dall'11 marzo)
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