SUL MENSILE

Arrivano le smart cities.

Arrivano le smart cities.

Genova, Milano, Torino, Bari. Mappa delle città italiane che vogliono diventare intelligenti

di Edoardo Bergamin

ITALIC N. 11

Aprile/Maggio 2012

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Questo articolo fa parte del numero 11 di ITALIC, in edicola ad aprile e maggio 2012.

 

La strada per le città intelligenti è lunga; i comuni italiani hanno compiuto solo i primi passi. Da qui al 2020 le città che vorranno diventare smart — per gestione energetica, trasporti, tecnologie digitali ma anche politiche sociali — dovranno dimostrare all’Europa di puntare sullo sviluppo sostenibile con innovazioni e partner adatti.

 

A disposizione del programma Smart Cities ci sono 12 miliardi, da assegnare nei prossimi otto anni ad alcune città pilota (per il SET-Plan europeo sulle tecnologie energetiche). Se ne aggiunge uno stanziato dal Governo italiano (260 milioni per il Sud e 700 per il Centro-Nord) e, in periodo di tagli, i comuni candidati sono diversi: Genova, Milano, Torino e Bari hanno presentato le prime mosse. Ma la trasformazione dovrà accordare scadenze e progettualità, risorse e bisogni del territorio. Solo così essere smart non sarà una moda, o un semplice strumento per fare cassa.

 

Genova

Il capoluogo ligure è partito in tempo, e con successo. I tre progetti presentati a dicembre per la prima tornata di bandi hanno raccolto 6 milioni (sui 75 stanziati), da utilizzare in cinque anni sui sistemi di riscaldamento, la qualità energetica dell’edilizia e modelli di pianificazione. Merito di una buona squadra, dei contatti internazionali già avviati e della giusta rincorsa — almeno secondo Gloria Piaggio, coordinatrice del progetto al Comune e segretario dell’associazione Genova Smart City. “Abbiamo iniziato a lavorare due anni fa, raccolto progetti dalle imprese, esaminato le proposte”. Come Celsius, una delle azioni premiate, che era già pronto “nel cassetto” di Genova Reti Gas (distributore del gruppo Iren). L’intervento nella Val Bisagno prevede una rete di teleriscaldamento locale grazie al recupero di una vecchia centrale del gas.

Per un bando sull’efficientamento energetico di un quartiere pilota, il Comune opererà invece in un grande complesso popolare, la “Diga” di Begato, per ottimizzarne i consumi. Solo un passo dimostrativo, visto il programma per ridurre entro il 2020 di quasi un quarto le emissioni cittadine previsto dal PAES (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile) di due anni fa.

 

Per Genova è una fase di passaggio. Quando in estate usciranno i nuovi bandi della Commissione il nuovo sindaco sarà stato nominato da poco. Seguire scadenze e concorsi combinandoli con i piani di sviluppo già approvati è oggi l’approccio “olistico” della città. “I temi sono gli stessi per tutti: mobilità, edilizia, energia; in più noi abbiamo il porto. La nostra è una scelta globale, per lavorare sull’insieme della città — dice Gloria Piaggio — In questo momento per Genova la smart city è l’idea di un rilancio strategico”.

 

Ai primi progetti partecipano l’Università, Enel, l’Agenzia Regionale dell’Energia, e un gruppo di consulenti d’ingegneria. Poi ci sono altri partner: un modo per accrescere le competenze, ma anche integrare attori privati in un percorso pubblico o, sempre secondo Piaggio, “maturare una nuova forma di partecipazione”. Finora l’Associazione Genova Smart City conta una sessantina tra istituzioni, enti di ricerca e imprese del territorio. C’è anche la proposta di creare l’associazione Genova Smart People, per ascoltare e integrare nei progetti i bisogni dei cittadini.

 

Milano e Torino

In cerca di rilancio, anche gli altri vertici del vecchio triangolo industriale si sono interessati alla partita. Milano punta sulla mobilità, legando il discorso sulla qualità ambientale e di vita alla riduzione del traffico. Non c’è solo l’Area C, la zona a traffico limitato che sostituisce l’Ecopass con restrittive regole d’ingresso al centro storico (nei primi due mesi il Comune ha calcolato un calo del 36% di accessi), ma anche progetti su ciclabilità e mezzi elettrici.

 

La città partecipa a un bando europeo sulla logistica delle merci, proponendo un sistema ragionato di distribuzione alle farmacie con una flotta di veicoli elettrici o ecologici. Nel frattempo la città vuole migliorare l’infomobilità con display e dispositivi mobili, dati in tempo reale sul traffico e, in futuro, anche per i parcheggi, come conferma a Italic l’assessore Pierfrancesco Maran.

 

Altri due progetti sulla gestione dei flussi pedonali e i green building sono in fase di negoziazione, e al Comune sono ottimisti per una partenza entro l’anno. “L’idea di smart city è trasversale: non è solo tecnologia ma sviluppo sostenibile in campo ambientale, economico, sociale”, spiega Caterina Sarfatti, responsabile dei progetti comunitari al gabinetto del Sindaco. L’azione sui palazzi della periferia Zama-Salomone prevede, ad esempio, di coinvolgere attorno all’area rigenerata una comunità energetica consapevole, grazie alla progettazione partecipata.

A dividersi i compiti nei prossimi mesi saranno gli assessorati all’Ambiente e allo Sviluppo economico: un modello di governance altrettanto trasversale e attento al 2015, quando sarà il sito dell’Expo a proporsi come una smart city in miniatura.

 

Per un futuro “intelligente” Torino ha scelto invece una fondazione, nata a fine 2011 per diventare il centro delle strategie comunali in fatto di innovazione. Finora la Fondazione Torino Smart City ha avuto un ruolo di riflessione, per definire una visione comune (nel consiglio di gestione ci sono Università, Politecnico e Camera di Commercio). Ma da qui al 2020 dovrà guidare il processo di ammodernamento dell’area metropolitana, nella convinzione — come ha dichiarato a inizio aprile il presidente Enzo Lavolta, assessore all’Ambiente — “che dalla smart city passi l’uscita dalla crisi”. L’obiettivo è riunire le imprese virtuose che hanno investito nella green economy: “Più l’amministrazione sarà capace di intercettare fondi, maggiori sono le possibilità che il territorio sappia rispondere in modo positivo”.

 

Torino ha presentato, senza successo, le sue proposte su teleriscaldamento e smart building insieme al Politecnico e al polo scientifico Environment Park. Secondo l’assessore, alcuni milioni arriveranno dall’Europa grazie ad altri programmi, tra cui un sistema di smistamento merci su mezzi elettrici da realizzare con il Centro Ricerche fiat. Anche qui energia, mobilità e strumenti digitali, oltre a nuovi sistemi di certificazione energetica e smart education, saranno i settori privilegiati. In programma a maggio c’è una rassegna di eventi per sensibilizzare la cittadinanza, Le Città Visibili – Torino Smart City Festival.

 

Bari

Con il Patto dei Sindaci voluto nel 2008, la Comunità Europea ha lanciato un movimento di città impegnate contro il riscaldamento globale. Di fronte ai fondi promessi, le città italiane si trovano a concorrere tra di loro. La lista delle candidate comprende Palermo, Catania, Firenze — per ultima Napoli, annunciata questo marzo, e altre possono ancora proporsi.

 

A puntare di sicuro ai fondi del Governo per le smart city del Sud sarà Bari. A novembre ha annunciato la nascita dell’Associazione Bari Smart City, che segue al Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile, alla base del suo programma. “Ma il nostro è un discorso più ampio, che vuole coprire cultura, sicurezza, turismo — dice Pasquale Capezzuto, energy manager del Comune che coordina l’associazione — Bari ha iniziato un percorso di riqualificazione urbana da anni. Il valore aggiunto della smart city sta ora nell’integrazione delle iniziative”. A partire dai consumi energetici dell’amministrazione e delle sedi scolastiche.

Il progetto di punta riguarda l’illuminazione pubblica, con sistemi di risparmio e telecontrollo per limitare i disservizi e accorciare i tempi d’intervento.

Nella zona di Japigia inoltre sorgerà un nuovo quartiere da 10mila abitanti, che farà da modello. Lo costruiranno in 5-6 anni imprese private, seguendo vincoli di efficienza e sostenibilità che prevedono pannelli solari e reti elettriche integrate (o smart grid).

 

A Bari come altrove le grandi società e i concessionari di servizi sono già in contatto con le amministrazioni, europee e non. “I player devono essere fornitori di prodotti secondo una strategia condivisa per il benessere dei cittadini — dice Capezzuto — Va bene usare le soluzioni che ci proporranno, ma il Comune sceglierà le linee adatte”.

 

La smart city è la città delle tecnologie al servizio del bene comune ma dai privati che le producono passa l’innovazione. La strada verso il 2020 è ancora lunga, se i comuni non saranno capaci di coinvolgerli nella loro visione d’insieme, il rischio è che siano questi a dettare il passo.

 

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