Roma città annebbiata

Roma città annebbiata

Il centro storico ai turisti, la periferia lontana. Una serie di documentari racconta come cambiano le città italiane. Compreso un quartiere della capitale che vuole rigenerarsi

2 agosto 2012

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Ore 5,30, fascia esterna di Roma. Secondo il servizio idrico, nelle periferie nate lungo il raccordo anulare il consumo d’acqua massimo si registra ogni mattina da quest’ora fino alle 6,30. Nel centro storico il picco arriverà soltanto tra quasi due ore, dalle 8 in avanti.

 

In un’area metropolitana così grande anche gli orari raccontano bene le distanze, fisiche e tra stili di vita, e da qui parte una delle puntate sulla capitale di Mi chiamo città, serie di documentari prodotta per la terza volta da RaiNews, in onda dal 9 agosto (tutti i giovedì fino all’11 ottobre, ore 23,30).

Gli otto reportage si occuperanno delle trasformazioni in corso nei grandi comuni d’Italia, da Napoli a Torino, per capire quale sia il loro stato di salute. Ammesso che tra fenomeni emergenti, piani disattesi e dubbi di metodo sia possibile.

 

Chi parla di città non conta su definizioni certe, e l’autrice del programma lo conferma. “Il titolo spiega il nostro tentativo di dire cos’è la città, senza confonderla con il costruito, l’urbano o con le cose che assomigliano alla città ma non lo sono”, dice Marta Francocci, riferendosi a quartieri sorti ex novo e crescita disordinata delle cinture (o sprawl).

La storica dell’arte è già stata impegnata per Radio 3 con L’era urbana, una trasmissione con interviste ai grandi teorici. I nuovi documentari ora uniscono sociologia e architettura alle testimonianze dirette in “una corsa anche brutale nella realtà delle città”, in cerca delle molte contraddizioni e di qualche caso di riqualificazione virtuoso.

 

Buona parte dell’attenzione va a Roma, capitale in attesa di cambiamento, che con il riassetto delle province si prepara a diventare Città metropolitana. Una realtà congestionata, dove i vari progetti faticano a migliorare la qualità di vita, e per questo un po’ rinunciataria e “annebbiata” nella definizione dell’autrice. “La situazione è contraddittoria: ci sono tante forze per rimettere in gioco la città, ma non si riesce a far quadrare le cose”, dice Marta Francocci.

Neppure il nuovo piano regolatore, approvato nel 2008, è sembrato dare un impulso a interventi di buona edilizia o rigenerazione. “È come se una macchina sempre più sfiduciata abbia portato una nuvola sulla città, che rimane immobile”.

 

Il ciclo di documentari parlerà del mercato immobiliare, degli interventi di recupero che tardano (come nel quartiere di Corviale) e del nuovo paesaggio della cintura romana, sospeso tra campagna e grandi costruzioni.

 

Da una parte troviamo il centro, territorio di turismo. Qui i flussi di visitatori sono la grande fonte di ricchezza, ma secondo modelli spesso non sostenibili: sia per la mancanza di spazi, sia per i costi e le tasse sostenute da chi li abita. “Nell’aria c’è un nuovo svuotamento dei centri. I residenti sono sempre meno e chi li usa sempre di più — dice Marta Francocci — Non c’è solo il turismo, ora la lotta è con gli utenti occasionali. Gli abitanti tentano di vivere in mezzo a qualcosa che cambia sempre, e questa è una forma di irritazione”.

Come in molte città d’Italia, il rischio per le borgate interessate dalla vita notturna è la gentificazione, cioè un cambio di abitanti (ITALIC aveva già parlato del caso romano di Villa Certosa). In compenso, i proprietari hanno visto moltiplicare il valore delle loro case, fino a 10-20mila euro al metro quadro.

 

Dalla parte opposta c’è il nuovo hinterland, con i grandi complessi residenziali — è il caso di Porta di Roma, polo da 15mila abitanti raccolto attorno a un centro commerciale. Sono questi i frutti dello sviluppo urbano più recente, e ancora aspettano un riconoscimento nelle politiche pubbliche.

 

Per trovare una buona pratica Mi chiamo città si deve spostare verso la prima periferia, a Pietralata, zona popolare tra la stazione Tiburtina e il fiume Aniene. Dagli anni Trenta a oggi, il piccolo quartiere è rimasto relativamente invariato. Dall’anno scorso sta cercando di partire un piano di riqualificazione da 57 milioni di euro, il PRINT, finanziato dagli oneri per alcuni interventi edilizi concessi nell’area.

Il programma tenterà di fare collaborare il pubblico e i singoli privati nell’interesse reciproco, spiega il documentario. Chi concede una sua proprietà (una parte di giardino utile a fare un marciapiede, ad esempio) ha in cambio infatti la possibilità di fare altri interventi (un restauro, un ampliamento) con vantaggi maggiori rispetto alla norma.

 

 

Quello di Pietralata è un esempio, replicabile altrove. “Penso che nelle città si possa parlare di recupero permanente — dice ancora Marta Francocci — Prima si recuperavano i grandi edifici, ora si deve recuperare il tessuto”.

La terza serie di Mi chiamo città, realizzata insieme ai vari enti attivi sul territorio, parlerà anche dei progetti per la smart city a Genova, del piano per trasformare Napoli Est, del cambio d’identità voluto a Torino nel decennio scorso.

 

Come detto, tra gli obiettivi del programma c’era capire cos’è la città. Dopo tanti esempi, le definizioni continuano però a mancare.

“Della città uno fa esperienza, ma rimane inafferrabile”, risponde Marta Francocci. “Di sicuro deve essere un luogo collettivo, dove i desideri di ognuno sono rispettati e si ha la piena consapevolezza di essere in un coro”.

 

 

Edoardo Bergamin

 

© Riproduzione riservata

 

In alto: un’immagine del quartiere Porta di Roma.
Foto: minimocomunemultiplo.lab

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