L’Italia cerca nuovi tessuti

L’Italia cerca nuovi tessuti

Ha smesso di filare, ma l'industria tessile può puntare su servizio e sviluppo. Come con le biotecnologie, che danno materiali con nuove proprietà e capaci di aiutarci sul lavoro

5 ottobre 2012

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Sarà perché quel che produce è destinato alla stagione successiva, ma l’industria tessile ha sempre anticipato le tendenze dell’economia: accusa prima i cali dei consumi, spiegano gli esperti, e precede i tempi di una ripresa. In questo caso, forse anche i modi.

 

Servizio, qualità e soprattutto innovazione tecnologica. L’Italia ha smesso di filare, a favore di nazioni dove lavorare le fibre conviene di più: chi nel settore della tessitura vuole mantenere un ruolo di primo piano si affida allo sviluppo di nuove soluzioni tecniche.

Oggi 5 ottobre, in una delle province del tessile italiano si apre Bergamo Scienza, festival divulgativo su ricerca e sapere, dove provare a capire fra teorie e laboratori anche quali scenari si sono aperti per questa industria. Fino al 21 ottobre gli eventi sul tema saranno quattro, fra cui l’incontro di venerdì 12 moderato dall’AICTC, l’Associazione Italiana di Chimica Tessile e Coloristica.

 

Schiacciato dalla concorrenza internazionale, il settore si ritrova oggi in una fase di stallo. Dopo un anno in crescita, con un giro d’affari di oltre 8 miliardi e risalito del 10% (complice anche la crisi dei mesi precedenti), nella prima metà del 2012 calano la produzione (-15,3%) e le esportazioni (-10,4%, sempre secondo Sistema Moda Italia).

Per le 53mila aziende l’obiettivo principale è diventato intercettare la domanda dei mercati maggiori — basti pensare che la sola Cina nel 2011 valeva più di un quarto dei ricavi. Ma in che modo?

“Fino a qualche anno fa bastava fare un buon tessuto, un buon prodotto. Ora bisogna offrire un servizio, compresa la pronta consegna”, dice Alessandro Gigli, ex presidente della AICTC, associazione nata per diffondere la cultura tessile, e presente a Bergamo Scienza.

 

Il Paese è attivo soprattutto nella fase intermedia della filiera, dalla produzione del tessuto alle fasi di finissaggio e per progettare la confezione del prodotto. Organizzando un sistema efficiente, dalla logistica all’assenza di articoli difettosi, per una società italiana è possibile risultare competitivi. “La qualità è un obbligo — continua Gigli — Se non c’è, è inutile produrre qui: noi non competiamo sul prezzo, dobbiamo correre nella parte alta del segmento”.

Ma per farlo, l’attenzione si deve spostare sullo sviluppo scientifico.

 

La ricerca si concentra sui materiali e sui metodi per dare loro nuove proprietà. Da un lato troviamo le nanotecnologie, da tempo oggetto di studi. Trattando le fibre su scala infinitesimale si ottengono tessuti con prestazioni maggiori contro acqua, vento o temperature, utilizzando allo stesso tempo meno elementi chimici o inquinanti.

Ad esempio Gigli cita il progetto FRONT (Flame Retardant On Textile), una collaborazione fra università e aziende europee: dal 2008 i ricercatori hanno studiato tessuti che resistano al fuoco grazie a nanoparticelle in silice, capaci di sostituire alcune sostanze ignifughe bandite dall’Unione Europea. Ora lavorano per commercializzare i risultati.

 

Da sperimentare insieme alle lavorazioni nanotech ci sono le biotecnologie, per intervenire sulla produzione in modo meno invasivo. “Hanno un ph neutro, le acque di scarto sono più facili da depurare, permettono temperature di lavoro più basse”, spiega Alessandro Gigli.

Ma l’uso di enzimi speciali può dare ai materiali anche nuove proprietà, anche d’aiuto a clienti e lavoratori. Esistono tute da lavoro studiate per reagire a contatto di gas nocivi e quindi avvertire di un pericolo altrimenti invisibili. Oppure camici che uccidono i batteri, pensati per le camere operatorie.

Un caso più celebre sono i capi d’abbigliamento auto-pulenti, ottenuti grazie al biossido di titanio inserito nel tessuto e capace di dissolvere lo sporco grazie alla luce.

 

“Un’altra sfida è trasformare la manifattura tessile per produrre non articoli per l’abbigliamento o l’arredamento ma tessuti tecnici, che sostituiscano altre tecnologie”, dice Alessandro Gigli. Come installiamo cellule fotovoltaiche sui materiali edilizi è possibile ad esempio farlo sui tessuti, per poi rivestire gli edifici con il vantaggio di ridurre i costi.

 

Oltre a nuovi prodotti, la ricerca apre dunque nuovi campi e settori per il tessile italiano. Intanto, le difficoltà economiche e la spinta all’innovazione hanno già cambiato la geografia produttiva del Paese.

Prato, Biella, Bergamo e tanti altri: nei distretti tessili si era affermata una filiera produttiva, da chi produceva i macchinari a chi vendeva i capi. “La crisi ha rotto la catena in molti punti — spiega Gigli — ora le aziende si aggregano attraverso le università, per avere accesso ai fondi di ricerca”.

È il successo dei “meta-distretti”, ormai slegati dal territorio, su cui l’industria tessile italiana e europea cerca le strade per un rilancio.

 

 

Edoardo Bergamin

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