Vivere sull’acqua

Vivere sull’acqua

Dall’Olanda al Benin, le alternative alla solita casa. In Italia l’unico progetto è naufragato (da ITALIC di marzo-aprile)

6 agosto 2011

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Durante l’estate ITALICnews vi ripropone alcuni articoli usciti sui primi numeri del nostro mensile

 

Era una casa molto carina. L’indirizzo non era via dei matti numero zero ma canale Sant’Angelo 399. Non le mancavano soffitto o cucina ma le fondamenta. Per diciott’anni Michael Kiersgaard, sua moglie Anna, i due figli Buster e Amedeo e il cane Quick hanno vissuto ormeggiati alla Giudecca, a Venezia, a bordo di un vecchio vaporetto dell’Actv, l’azienda di trasporti pubblici della laguna. Finché un giorno, la città sull’acqua gli ha fatto causa.

 

Kiersgaard è nato in Danimarca ma la sua casa l’ha costruita a Venezia. È un “maestro d’ascia”, un carpentiere in veneto. “Non uno qualunque — racconta a Italic Giancarlo Ghigi, vicino di casa — è uno dei maggiori conoscitori di scafi ottocenteschi”. Arrivando a Venezia ha trovato un vaporetto abbandonato lungo il Po, l’ha acquistato, l’ha restaurato, l’ha arredato e ci si è trasferito. Con tanto di comunicazione alle amministrazioni, regolare allacciamento al gas, all’energia elettrica e a un pozzetto per l’acqua.

 

“Ho passato quarant’anni su case galleggianti”, racconta. “È un modo di vivere avvolgente, completo. Ti emozioni per i riflessi, ti accorgi che suoni e odori hanno una diversa dimensione, complementare a quella terrestre. Non riesci più a vivere senza i cigolii, senza la marea che cambia e fa inclinare la barca. Senza l’ondeggiare continuo”.
Poi la legge è cambiata e ha stabilito che i vecchi natanti dell’Actv, una volta terminato il servizio, fossero demoliti. Così, una mattina Michael ha trovato nella buca delle lettere una busta dell’ufficio tecnico del Comune con un’ingiunzione di demolizione della barca per abuso edilizio. Un avviso di sfratto. Michael ha risposto presentando ricorso. Apriti cielo: i cittadini hanno aperto una pagina Facebook che oggi conta più di seimila contatti, Giorgio Orsoni, il sindaco allora fresco di nomina, ha alzato la voce: “Che si tratti di un abuso edilizio — osservò ai tempi Orsoni — è un po’ inspiegabile: la legge prevede che serva la concessione per delle strutture stabili, fisse su
un terreno”. Ma a oggi la questione legale galleggia in una palude, come il vaporetto, e la famiglia Kiersgaard ha quasi perso le speranze.

 

Case galleggianti nel mondo
In Estremo Oriente le chiamano sampan e galleggiano sui fiumi; a Amsterdam woonboot e se ne stanno ormeggiate nei canali: escluse quelle illegali, sono quasi tremila. Ganvié, in Benin, è una sorta di Venezia dell’Africa Occidentale per le sue palafitte tuttora abitate; sul Rio delle Amazzoni sono l’unica soluzione per sopravvivere alle piogge; a Belgrado, negli ultimi trent’anni ne sono nate almeno tremila, abitate per lo più da famiglie rom. Insomma, nel resto del mondo, un sacco di gente vive in case sull’acqua. Gente più o meno comune che alla villetta col giardino preferisce l’umidità di una chiatta. Come David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd. Abita a Londra, ma sul Tamigi. O come Melissa Fehr e James O’Brien, web designer olandesi che, invitati nel 2004 a una festa su una barca-abitazione, non sono più scesi. Dal 2007 dimorano a bordo di Hendrik, un 32 metri ormeggiato al Tower Bridge Mooring. A loro dire, la casa è perfetta: “Ha ampie finestre che illuminano la zona giorno, due stanze con servizi inclusi e alcuni dettagli anni Trenta tra cui la cabina guida da dove si gode una splendida vista sul fiume. Resistergli è stato impossibile”. I loro vicini di barca sono un nutrito gruppo di fotografi, giornalisti, medici e designer.

 

Più che una strategia per ridurre l’affitto, vivere sull’acqua è uno stile di vita. Anche perché i prezzi sono tutt’altro che scontati. A Londra per comprare una casa galleggiante servono tra le cento e le cinquecentomila sterline, costo barca nel mooring — l’ormeggio che offre servizi fondamentali tra cui acqua ed elettricità — escluso: tra le 1600 e le 2900 sterline a trimestre per l’allacciamento. L’alternativa è l’affitto. Due stanze, bagno e cucina costano 1060 sterline al mese (quasi 1300 euro), per una chiatta di 120 metri quadrati ne servono 1600. In Germania, invece, con 150mila euro ci si aggiudica una SchwimmHausBoot, una casa galleggiante costruita in materiale ecologico e completamente arredata.

 

In Olanda, dopo le inondazioni che sommersero metà del paese nel 1995, si è fatta di necessità virtù. A Maasbommel, è nato il primo quartiere a prova di alluvione: in caso di bisogno le case si sollevano fino a cinque metri e mezzo seguendo il livello dell’acqua.

 

Italia con i piedi per terra
L’Italia è per tre quarti circondata dal mare, eppure anni di politiche errate hanno reso il possesso di un’imbarcazione da diporto e relativo posto barca appannaggio di pochi facoltosi. Difficile opporsi alla deriva: un affitto per un posto barca di dodici metri in un marina relativamente nuova in zona turistica si aggira sui mille euro al mese. Il prezzo sale col crescere della lunghezza della barca: oltre i quindici metri ne servono fino a 1800 al mese. Acquistarne uno costa quanto un immobile: 120mila euro per un dodici metri, 180 per un quindici.

 

“Senza contare — aggiunge Paolo Zaroli, proprietario di sedici metri di barca ormeggiati al porto d’Imperia per 12mila euro l’anno, con tanto di parcheggio scoperto per l’auto — che un posto barca perfettamente tranquillo in condizioni normali può trasformarsi in un incubo durante una burrasca”. Condizioni climatiche a parte, per vivere al porto bisogna considerare le dimensioni della barca e i servizi di cui l’imbarcazione necessita: primi tra tutti acqua dolce e corrente elettrica.

 

“Un posto barca in marina — spiega Zaroli a Italic — è meno economico di un ormeggio dentro un porto commerciale.La prima cosa da valutare è la banchina: se è di plastica galleggiante è adatta a barche che non superino i quindici metri, e presenta diversi inconvenienti.

 

Meglio un molo in muratura e cemento, munito di servizi e comodità: dall’illuminazione, alla raccolta rifiuti, fino alle manichette antincendio. Ma soprattutto — conclude Zaroli — un porto non dovrebbe essere solo una casa di riposo per le barche, magari in mezzo a un deserto. Ma la strada in questo senso è ancora lunga”.
In tutto il mondo, o quasi, esistono leggi specifiche per assegnare residenze e numeri civici alle case-barca. In Italia non è così sebbene l’acqua non manchi. Fernanda
de Maio, professore associato di Architettura e Urban Design allo Iuav di Venezia, spiega: “Manca un piano edilizio di occupazione delle acque. Una cosa è costruire all’interno di un sistema lagunare più o meno artificiale o in una rete di canali, altra è farlo sui fiumi o in mare aperto, soggetti alle correnti e al moto ondoso continuamente variabile”. Di per sé, non è difficile progettare una casa singola sull’acqua. “Più complesso — spiega l’architetto — è recuperare la ricchezza e la piacevolezza della dimensione collettiva quotidiana di una vita galleggiante. Qualità concrete che città come Venezia o Siem Reap in Cambogia, sebbene da opposti punti di vista e attraverso linguaggi differenti, uno aulico e monumentale, l’altro vernacolare e spontaneo, dimostrano di possedere”.

 

Progetti mai nati
Tentativi ce ne sono stati. Come quello portato avanti nel 2003 dall’assessore al Patrimonio di Roma, Claudio Minelli: quattordici isole galleggianti, da costruire e ancorare con cime e ormeggi lungo le sponde del Tevere, nel cuore della città, sotto cupole antiche e i bianchi ponti. A piazzale Flaminio, a Tor di Quinto, davanti ai circoli sportivi, ma anche in Prati, a Porta Portese, all’Ostiense: seicento metri quadrati galleggianti, su due livelli, ognuno di trenta metri per dieci, con piccoli appartamenti al piano superiore per artisti, studenti, amanti del fiume. E sotto ristoranti, negozi, botteghe artigianali, teatri, laboratori d’arte. La proposta agitò le acque dell’Urbe al punto che, dalle colonne del Corriere della Sera, l’assessore invitò i cittadini a esprimersi mandando un’email. Ci fu chi si preoccupò degli scarichi e della purezza delle acque e chi dei costi, chi temeva che le house boat sarebbero diventate garçonnière di commercialisti e notai e chi sospettava che avrebbero ridotto i pochi parcheggi esistenti sul Lungotevere. Eppure, tra le 104 email più significative che furono selezionate, i sì vinsero 79 a 25. Tra i fan c’erano anche l’artista turca Sukran Moral e lo scultore italiano Nunzio Quarto.

 

Dopo tanto rumore, non se ne fece nulla. Il progetto finì nel dimenticatoio e il Tevere rimase “il biondo” di sempre: sporco, argilloso e popolato solo d’estate. “È un problema innanzitutto culturale”, spiega a Italic Carlo Cellamare, docente di Urbanistica alla facoltà di Ingegneria della Sapienza di Roma. “In paesi come l’Olanda l’uomo ha imparato a dialogare con l’acqua. In Italia, invece, l’acqua ha sempre fatto paura. Le nostre città sono di pietra, arroccate, i fiumi hanno una portata variabile e la tendenza è sempre stata canalizzarli per controllarli, non certo per abitarli. Ma le soluzioni tecniche ci sarebbero, e visti i repentini cambiamenti climatici andrebbero considerate”.

 

Come ha fatto Kiersgaard sul suo battello, aggiudicandosi il privilegio di essere “l’unico veneziano, sebbene onorario, a non aver mai avuto problemi di acqua alta”. Parola di Giancarlo Ghigi, veneziano doc.

 

Questo articolo di Giulia Vola è uscito sul numero 1 di ITALIC.

 

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