Laureati in Europa, scienziati in India

Laureati in Europa, scienziati in India

Il gigante asiatico attira investimenti e grandi aziende. E affascina i ricercatori di casa nostra — da ITALIC #3

19 agosto 2011

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“Offresi dottorato o posizione fissa a giovane ricercatore esperto in cloud computing”.

 

L’annuncio per un posto di lavoro ad alta specializzazione arriva dalla divisione indiana di Ibm Reserch con sedi a Bangalore e Nuova Delhi. Ma sono tantissime le proposte di lavoro di questo tipo, aperte a candidati da tutto il mondo, che si trovano in rete.
L’India cresce, il governo investe cifre sempre più alte nella ricerca scientifica e nello sviluppo tecnologico e il paese, oltre un miliardo di abitanti, si candida a diventare una nuova superpotenza dell’innovazione.

 

“Multinazionali come Ibm e Intel lavorano in India da molto tempo”, dice a ITALIC Angela Saini, giornalista inglese che alla crescita scientifica del subcontinente ha dedicato il libro Geek Nation, pubblicato da Hachette India. “Negli ultimi anni anche il governo ha investito molto sull’innovazione finanziando università, istituti di ricerca e parchi tecnologici”.

 

Per decenni l’India è stata la meta di giovani europei e statunitensi alla ricerca di spiritualità e pace interiore. Entro breve potrebbe invece attirare ricercatori scientifici e giovani laureati in cerca di un lavoro redditizio, di un ambiente innovativo, di un paese in ascesa. Nel frattempo sono già arrivate numerose grandi aziende per aprire centri di innovazione o, ad esempio, sperimentare nuovi farmaci in laboratori specializzati. I nomi sono importanti: oltre a ibm e Intel, troviamo, tra gli altri, Microsoft, Radware, General Motors.

 

E anche l’Unione Europea si sta preparando. Da pochi mesi è attivo Euraxess Links, un servizio appositamente creato per facilitare i rapporti fraricercatori indiani ed europei. Non solo, con Euraxess, attivo anche in Stati Uniti, Giappone, Singapore e Cina, la UE cerca di mettere in rete i giovani scienziati di questi paesi, incoraggiandone contatti, viaggi e scambiando offerte di lavoro fra istituti di ricerca.

 

Nel frattempo, le università indiane sfornano ogni anno più di due milioni e mezzo di laureati fra ingegneri e scienziati di vari campi, “cervelli” che vengono assorbiti da istituzioni come l’Indian Institute of Technology o l’isro, l’Organizzazione indiana di ricerca spaziale. Ma secondo Angela Saini “non è lontano il giorno in cui anche i giovani neolaureati europei sceglieranno di lavorare in India. È un paese molto stimolante, in crescita. Un’opportunità importante”.

 

Secondo uno studio della Royal Society diffuso lo scorso marzo gli istituti di ricerca indiani producono già il 2% di tutte le pubblicazioni scientifiche mondiali e dall’anno scorso l’India è entrata fra i primi dieci paesi più prolifici. Sulla scia di un risultato così importante (dieci anni fa la percentuale era vicina a zero) dal 2012 il governo destinerà alla ricerca quasi il 2% del prodotto interno lordo del paese, raddoppiando la cifra attuale e portandosi sullo stesso livello di Regno Unito e Germania.

 

“Forse in India non ci sono ancora i migliori laboratori del mondo” commenta per Italic Angela Saini, che per scrivere il suo libro ha girato alcuni mesi per i centri di ricerca indiani. “Spesso mancano strumenti e risorse adeguate. Ma queste mancanze vengono aggirate con soluzioni creative, collaborando fra diversi laboratori e condividendo i risultati ottenuti”. Insomma, finanziamenti in aumento e un ambiente stimolante, eccitante. “Il massimo per un giovane ricercatore”, secondo la giornalista inglese.

 

Più delle sensazioni di Angela Saini contano però i fatti. L’India sta investendo, e ricevendo finanziamenti di aziende estere, su tanti campi della ricerca scientifica, dalla chimica, alla medicina, all’information technology. E, favorita anche da una normativa più permissiva e minori controlli, ad esempio sui test sugli animali, rispetto a quella europea e statunitense, ha raggiunto in questi anni traguardi importanti.

 

La punta di diamante si chiama Bangalore, città da quattro milioni di abitanti nel sud dell’India, ma soprattutto il più importante polo scientifico e tecnologico del paese. Il distretto raggruppa i principali centri informatici indiani e conta 150mila ingegneri, addirittura più dei 120mila della Silicon Valley in California.

 

A Bangalore ha sede anche l’Isro, che impiega diciassettemila persone e ha portato l’India sulla Luna. Il 14 novembre 2008 l’India è stata infatti il quarto paese a toccare il suolo lunare (dopo Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina) con una sonda che ha raggiunto il polo sud del satellite della Terra. La missione, considerata un grande successo a livello internazionale, ha confermato la presenza di acqua sulla luna.

 

Un paese affascinante, la nuova India dell’innovazione e della scienza. Dove ormai, come racconta ancora Angela Saini, nelle principali città è possibile tenere un livello di vita e di comodità “europeo”. C’è però tutta una parte di nazione che per ora rimane fuori dai vantaggi dello sviluppo tecnologico o dei satelliti nello spazio. Secondo Dominique Lapierre, reporter, scrittore e profondo conoscitore del paese “esistono due Indie: la prima è quella che si arricchisce e cresce a un ritmo anche superiore a quello della Cina. La seconda è quella del 70% della popolazione, a cui mancano cibo, acqua, scarpe e scuole, e dove quattro persone su dieci sono analfabete”.

 

Shri Satish, responsabile delle relazioni pubbliche dell’Isro, non è d’accordo. Anzi, rivendica le innovazioni che, grazie alle ricerche spaziali, stanno cercando soluzioni ai problemi della vita quotidiana di milioni di persone. “Ad esempio — dice Satish — l’India è l’unico paese al mondo ad aver lanciato nello spazio un satellite appositamente pensato per aiutare le attività scolastiche”.

 

Uno dei problemi del paese è, come denuncia Lapierre, l’analfabetismo dovuto anche al fatto che le scuole non sono raggiungibili da tutti i giovani indiani e i maestri sono troppo pochi rispetto ai potenziali alunni. “Con il nostro satellite — continua il responsabile dell’agenzia spaziale indiana — abbiamo deciso di investire sull’insegnamento a distanza: già cinquantaduemila classi sparse per il paese sono collegate al nostro sistema”. Una soluzione simile è stata pensata per la telemedicina e oggi 380 ospedali sono in rete fra di loro e oggi si scambiano dati, statistiche e consulti.

 

L’India è ambiziosa, e i suoi progetti di crescita tecnologica e scientifica pure. Intanto, l’anno prossimo il paese prevede di tornare sulla luna, con una nuova missione, sempre senza passeggeri. Poi, per volere del premier Manmohan Singh, il governo ha deciso di nominare il 2012 “anno della scienza”.

 

E, forse, i ricercatori europei più curiosi stanno già facendo le valigie.

 

Questo articolo di  Matteo Acmè è uscito sul numero 3 di ITALIC.

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